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Franz Francesco  Müller

Cavaliere della Corona d’Italia e Cavaliere della Corona di Prussia

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L’alleato segreto degli eroi della nostra Repubblica
 

Franz Müller è “Nato a Fülme circondario di Minden”, racconta un ingiallito articolo di stampa, datato 1904. La distanza tra il circondario di Minden e la città di Hannover, è di pochissimi chilometri in linea d’aria; l’equivalente della distanza che in Italia separa Bologna da Modena. Il casato di Hannover diventa territorio fondamentale per la rinascita inglese, quando il Parlamento della Gran Bretagna stabilisce con l’Act of Settlement (1701), che il regno dei protestanti Hannover entri al posto dei cattolici Stuart. La lingua inglese ha bisogno di tempo per aggiungersi alla tedesca, ed infatti ad una distanza geografica risibile c’è il “circondario di Minden”, che rimane roccaforte prussiana, anche in momenti storici difficili come la pace di Vestfalia con Francia/Svezia (1648), od il congresso di Vienna coordinato dalla ostile Austria di Metternich (1815).

cartina odierna del nord Germania, in scala 1:3.000.000; Minden e Hannover sono evidenziate da due frecce

La Prussia della zona di Minden da cui proviene Müller, è terra fertile sia dal punto di vista agricolo che intellettivo e sociale, visto che in questa zona Lutero entra prepotentemente nei cambiamenti della società (lotte tra contadini e principi), portandovi la sua messa con la nuova Chiesa non più romana (1526), con i parroci che possono sposarsi e possono unire così, le diramazioni religiose con le persone comuni.  E Franz Müller arriva a Torino “verso il 1861”, come “rappresentante di un fabbricante di armi bianche di Solingen”, scrive la Gazzetta dei Cappellai nel 1904.

Sulla base della data ufficiale “1861”, Müller arriva nella Penisola quando Giuseppe Garibaldi ha già conquistato la Sicilia e la Campania fino a Napoli; Garibaldi ha concluso il suo compito, ed il “R. Esercito” sta completando la liberazione dalle sacche di resistenza borbonica rimaste.

Sarebbe tutto chiaro e semplice, se lo stesso articolo non aggiungesse che il “fornitore” (di armi e cioè Müller
n.d.s.), ha prestato la sua opera tanto per il “R. Esercito” quanto per i “volontari di Garibaldi”.  E come possono essere vere entrambe le notizie, se Müller è arrivato “verso il 1861”, quando i garibaldini sono stati privati del riferimento del loro condottiero già il giorno 9 novembre 1860, quando Garibaldi deve abbandonarli per dirigersi all’isola di Caprera per ordine del re?

La verità sulla data di arrivo del “fornitore” di armi del “R. Esercito” e dei “volontari di Garibaldi”, la racconta il nipote Arminio Müller prima di morire con un suo scritto: “venne in Italia nel 1853”, egli rivela, “per fornire armi al Piemonte” ma non solo, visto che “Fra le varie forniture d’armi”, c’è anche quella “che egli fece a Garibaldi per la spedizione dei Mille”.

L’articolo datato “1904”, offre almeno tre argomenti che per qualche motivo vengono camuffati: Müller è arrivato otto anni prima di quanto viene scritto ufficialmente (1); Müller fornisce armi tanto all’esercito ufficiale di re Vittorio Emanuele, quanto all’esercito del generale Giuseppe Garibaldi (2); Müller per fornire le armi alle camicie rosse di Garibaldi, deve aver aver avuto rapporti ben precedenti alla data del cinque maggio 1860, quando i valorosi salgono sulle navi “Lombardo” e “Piemonte” nella ligure Quarto (3).

Solo nel “Marzo 1903” il “cavaliere della Corona di Prussia” Franz Müller, viene riconosciuto anche “cavaliere della Corona d’Italia” con il nome di Francesco Müller; e questo appare strano anche a chi scrive l’articolo nel 1904, tanto che si sente in dovere di aggiunge (tra parentesi, come fosse un commento detto sottovoce) che il “riconoscimento ufficiale” italiano “nel Marzo 1903” è “un po’ troppo ritardato a dire il vero”.

Per comprendere come mai un giornalista tanto cauto nel dosare le parole della verità in precchie righe, diventi poi altrettanto esplicito in una sola frase, prendiamo spunto da altri articoli di giornale, tutti concentrati su di una serata “al ristorante Sogno” (Gazzetta di Torino) al Valentino di Torino, dove “alle 6” del pomeriggio, Müller comincia a presentare “la vera espressione della internazionalità della Mostra”, che il sindaco di Torino aggiunge “l’Italia ebbe l’onore di affermare per la prima nella sua storia”.

“Al Ristorante Sogno c’era agape sacra di una quarantina di autorità”, scive la Gazzetta Piemontese. Müller parla “in cinque diverse favelle” ed alcuni dialetti italiani non suoi, cioè “in chinese..latino..sanscrito..inglese..lingua d’oca..veneziano..piemontese!”,  scrive “l’avv.Scala del Corriere di Torino”. Nel locale sono presenti “il Sindaco di Torino comm. Melchior Voli perché favorì l’esposizione” (Gazzetta del Popolo), “il noto industriale Pietro Berzia..il comm.Bollati..i consiglieri Aiello, Corsi, Sineo, Frescot..ing.cav.Spezia..Martiny di Torino..Perelli di Milano” (L’Emporio Popolare), i “Conte Corsi di Bognasco; Bignami ing.Orlando..Bossi di Venezia..il comandante Scserbonszki di Budapest” (Gazzetta Piemontese). Anche “il Re Umberto esprimeva la sua augusta soddisfazione per lo splendido risultato della Mostra” (L’Emporio Popolare).

Nella serata di cui scrivono i giornali, le “armi” da cui siamo partiti non entrano affatto; si festeggia l’apertura della “Mostra di macchine ed attrezzi per servizio d’estinzione”; e questa è solo una delle varie attività di Müller, che riceve ad esempio in altra data un’onorificenza dal re per il dono di un disinfettore Budenberg all’ospedale della città di Napoli. Ed il Müller è anche “una delle personalità più note nell’industria delle fabbricazioni dei cappelli di feltro”, scrive ancora La Gazzetta dei Cappellai.

Müller è quindi un imprenditore, ed è impegnato non solo a Torino ma in più parti della Penisola, con il lavoro e con lo spirito sociale; conosce persone anche all’estero, ed è ben considerato da tutti. Eppure il giornalista si stupisce che egli, “persona molto caritatevole” e “membro attivo di tutte le istituzioni fondate a Torino”, sia riconosciuto “cavaliere della Corona d’Italia” solo pochi mesi prima della morte. Visto che una dimenticanza appare difficile, anche per il già esistente cavalierato “della Corona di Prussia” (ed Italia e Prussia sono addirittura alleate contro la Francia nel 1870, quindi le occasioni favorevoli non mancherebbero), forse una piccola spiegazione sta in un documento datato 1904, in cui “La Massoneria Torinese” scrive in una busta, che all’amico fraterno con “Quarant’anni di strenua ed indefessa operosità”, organizza i funerali. E non è ancora tutto. 

Nell’anno 1853, quando Vittorio Emanuele 2 è ancora re di Sardegna (diventa re d’Italia nel 1861 il 17 marzo), ovviamente nei dati ufficiali del regno, il signor Franz Müller può al massimo figurare come “fornitore del R. Esercito”. Eppure fra i compiti affidati al cittadino prussiano, che per origine geografica si è formato nella zona di confine con la terra inglese di Hannover (da qui l’abilità per le lingue n.d.s.), segretamente ci sono anche “incarichi politici”, scrive Arminio Müller nelle sue memorie. Deve portare ordine ai moti liberali della Penisola, così da alleggerire le pressioni francese ed austriaca sull’unificazione tedesca. Ed infatti, Franz Müller entra segretamente in contatto con carbonari, mazziniani, ufficiali del re, garibaldini e politici.

Il comportamento del regno sardo, per i progetti liberali italiani che alla Prussia interessano, appare in questi tempi su posizioni altamente a rischio d’insuccesso. Già nel 1848 il re Carlo Alberto, che ha accettato di definire i confini del suo potere creando lo Statuto, per aumentare il proprio impatto sul centro della Penisola e per diminuire la forza dell’Austria al nord, punta sul papa Pio 9.  Però il papa, che sembra rispondere positivamente al pullulare dei moti rivoluzionari con l’apertura di un suo Statuto (Camera dei Pari per titolo e Camera dei Deputati per scelta popolare), quando il re di Sardegna è costretto a dichiarare guerra all’Austria per le barricate già realizzate dai carbonari a Milano, fa arrivare la sua armata pontificia solo fino al proprio confine settentrionale; da lì rimane a guardare Carlo Alberto che viene sconfitto, abbandona i milanesi e chiede l’armistizio, abdica ed infine parte per il Portogallo (Garibaldi scrive a questo proposito, che “io sognai..Italia aveva conquistato il suo capo nel nido di vipere che avvelenano Roma da tanti secoli..un altro incendio di cartacce, a cui i bimbi avevano appiccato il fuoco..Vi si scorgevano le parole: Leggi fondamentali dello Stato: 1° Articolo: La religione cattolica apost..”).  Questo re che usa così male le proprie alleanze per Milano, è lo stesso re che il “3 o 4 luglio” a Roverbella (Mantova) fa consigliare a Garibaldi (arrivato per offrire l’apporto militare suo e dei soldati che lo accompagnano da Montevideo) di lasciar perdere Milano, per recarsi invece a Venezia “campo così degno di lui”

Anche il re Vittorio Emanuele 2 che subentra in seguito, riguardo i progetti liberali che ha in mente la Prussia per l’Italia, mostra comportamenti a forte rischio d’insuccesso. Già in agosto egli fa pace con l’Austria e ricorre al denaro (75 milioni), per riavere la terra di Lomellina che ha perduto con le armi. Per bloccare poi le proteste repubblicane, egli arriva anche a sciogliere la Camera ed a  ricomporla a suo modo (proclama di Moncalieri ed elezioni pilotate), poi esclude carbonari e Garibaldi dai suoi progetti di azione, ma dà amnistia ai cittadini lombardo-veneti che sono arrivati esuli in Piemonte. Garibaldi allontanato dal re, accetta addirittura di andare per un periodo a depurare la sua fama di pericoloso rivoluzionario a Macerata, pur di poter arrivare poi a Roma, dove la “Giunta suprema eletta dal Parlamento” del “Ministero Mamiani”, sostituisce Pio 9 che si è rifugiato a Gaeta (21 novembre 1848), dopo l’uccisione carbonara del suo presidente dei ministri Rossi. E sempre re Vittorio Emanuele 2, una volta che la Francia ha risolto con la forza e per conto del papa la Repubblica di Roma (Mazzini/Saffi/Armellini con Garibaldi deputato), fa prendere “non prigioniero ma in arresto” Giuseppe Garibaldi a Chiavari, dopo che l’eroe è sfuggito prima ai francesi e poi agli austriaci durante il viaggio di ritorno.

Mentre Müller prende confidenza con la città di Torino (1853) e con le sue molteplici tendenze di pensiero repubblicane/monarchiche/indipendentiste/protezionistiche, Garibaldi sta per ritornare da “anni di sosta” dall’Italia, dopo aver forzatamente girovagato tra Tunisi, Isola della Maddalena, Gibilterra, Tangeri, New York, Panama, Lima, Boston, Londra, Newcastle, ed infine Genova nel 1854. I due non sappiamo ancora se si sono già incontrati fuori dalla nazione, ma fra le tantissime foto di amici di Müller, sono presenti molte facce carbonare e della stessa famiglia di Garibaldi, oltre a Giuseppe stesso. Nella casa ufficiale di Müller “in Corso Vittorio Emanuele 19”, o più probabilmente in altra casa o più di una cambiate al momento, si incontrano coloro che agiscono per la liberazione dell’Italia e che contemporaneamente operano per gli “incarichi politici” che il “Re di Prussia” ha dato a Müller. “Nella sua casa di Torino si riunivano molti elementi proscritti dai vari Governi di allora”.

Re Vittorio Emanuele 2, che segue per proprio conto il progetto delle alleanze a lungo termine, è invece schierato con Inghilterra e Francia nella lunga guerra di Crimea (1853), in cui invia ben quindicimila militari all’ordine del generale La Marmora (quello che aveva arrestato Garibaldi). Chissà se ha saputo che la Francia alleata del papa, si è ora nascostamente accordata anche con l’Austria, quindi anche se non direttamente, Sardegna (Italia) ed Austria risultano di fatto alleate.

Müller viene chiamato Francesco a Torino, ed acquisisce così un’immagine più socialmente vicina all’esigenza italiana, anche se le origini protestanti sono sempre motivo di dubbio in una città filo-cattolica. Provenendo dalla Prussia nella sua zona più prossima ad Hannover, patria d’origine della importantissima regina Vittoria di Gran Bretagna ed Irlanda, la mente di Francesco è aperta alla libertà di pensiero e di religione, ed è per questo che viene appellato come “haid”: nella Torino cattolica egli appare un “non credente”. Pure con questi freni, da uomo laborioso, colto ed evidentemente testardo qual’è, rapidamente si afferma in società e sul lavoro, perciò riesce comunque a tessere la sua rete di contatti professionali e non, in più parti della Penisola ed all’estero.

Anche a Garibaldi gli “anni di sosta”, che possiamo definire di allontanamento forzato dall’Italia, servono per tessere rapporti interpersonali internazionali, basilari per la buona riuscita dell’impresa in Italia, e per accumulare i denari con cui comperare i “lotti vendibili” sull’isola di Caprera. A Caprera, dove costruisce la “casa riproduzione perfetta di quella di Montevideo”, Giuseppe Garibaldi ha già di certo una corrispondenza con Francesco Müller.

Quando la guerra di Crimea si conclude a Parigi (1856), il trattato di pace toglie alla Russia la possibilità di avere navi da guerra sul mar Nero, mentre Sebastopoli torna allo Zar. Francia e Russia si avvicinano, Austria e Russia invece si allontanano nelle alleanze. Il regno di Sardegna si è dimostrato forte abbastanza da poter gestire una guerra tra le potenze maggiori, ma il vantaggio che ne ha tratto è solo di facciata, visto che i suoi alleati Francia (ufficiale) ed Austria (indiretta) non sono disposti a lasciare i territori italiani.

Federico Guglielmo 4 di Prussia ha da poco festeggiato il millennio della fondazione dell’impero tedesco (Verdun 843); ha realizzato un accordo doganale che facilita i passaggi delle merci con Assia/Baviera/Württemberg, ha unito sulla bandiera della Federazione l’aquila imperiale tedesca ed i colori nero/rosso/oro, ma ha anche dovuto affrontare i disordini della crisi economica, frutto dell’ancora incompleta unificazione tedesca per la ingombrante presenza austriaca. I disordini delle spinte riformiste a Berlino, lo hanno convinto a fare un salto in avanti, a redigere una Costituzione Prussiana in cui il governo viene a dipendere da una Camera Herrenhaus per ceto e da una Camera di Deputati eletti dalle tre classi del popolo. Questa situazione interna ha fatto comprendere al re Federico, ed al fratello Guglielmo 1 che lo sostituisce (dal 1861), l’utilità dell’Italia per il progetto. Franz Müller è arrivato in Piemonte proprio per aiutare il realizzarsi degli obiettivi dei patrioti italiani (l’Italia unita), superando le incertezze di militari e burocrati piemontesi davanti alla forza di Austria e Francia. Solo se austriaci e francesi sono impegnati in Italia, la Prussia può diventare predominante sull’Austria in Germania e può stabilizzare i confini con la Francia, ed infatti questo accade e gradualmente, grazie alle spinte del governo liberale ed all’ordine portato dal presidente dei ministri Ottone von Bismark.

Nella Penisola l’attività risorgimentale è vivacissima, ma è ancora imbrigliata nella rete delle alleanze dirette/indirette, formali/di fatto. Carlo Alberto re dal 1831, ha sposato Maria Teresa arciduchessa d’Austria e figlia del granduca di Toscana filo-austriaco. Vittorio Emanuele 2, re dal 1849, ha sposato Maria Adelaide d’Asburgo Lorena, ed i suoi accordi con i francesi (Plombiéres) fanno sì che ceda Nizza/Savoia/Sicilia per assicurarsi aiuto in caso di attacco austriaco.

L’attività di Francesco Müller è coperta da una cortina di segreto, perché fuori dagli impegni uffciali egli riceve nella sua casa patrioti come Aurelio Saffi, incontra anche militari fedeli al re come Alfonso La Marmora, militari repubblicani doc come Menotti Garibaldi, così come si lega per la vita alla carbonara marchigiana Maria Perticarini, che ha perduto tutto ciò che aveva  a causa delle confische pontificie. Il segreto è d’obbligo, perché tali incontri sono fuori legge e “Circa la religiosa osservanza delle leggi scritte..Garibaldi è stato arrestato due volte contro le nostre leggi, e lo sarebbe stato una terza senza la crisi ministeriale”, scrive Garibaldi riportando una lettera del re datata “19 ottobre 1967”.

Quando nel 1858 Garibaldi scrive al suo amico fraterno Giuseppe La Farina che “Gli elementi rivoluzionari tutti sono con noi”, sta per andare ad incontrare per la prima volta Camillo Benso ministro del re ed ex capo della polizia. Garibaldi sta riunendo le voci della rivolta e vuole andare a sentire se il regno di Sardegna ha chiarito la necessità primaria di partecipare, perché “La dittatura militare è nel convincimento di tutti”, ed è necessario “che il Re sia alla testa dell’esercito”. Quando nel 1859 Garibaldi scrive ancora di essere stato “chiamato a Torino dal Conte di Cavour, col mezzo di La Farina”, i preparativi per la grande impresa di liberazione sono già avanti.

Müller fa parte di quei patrioti (tutti elencati da Garibaldi n.d.s.) che pensano a far arrivare i denari, oltre che a diffondere le idee e la carica emotiva giusta per continuare. E Garibaldi afferma, in una sua opera indirizzata “Alla Gioventù Italiana”, che “Il male che dico del governo, credo sia inferiore ai meriti dello stesso..Che la Monarchia per interesse proprio abbia assecondato le aspirazioni nazionali nell’unificazione patria credo assurdo il negarlo”.

E’ in mezzo a queste difficoltà, che la “notte 5 maggio” del 1859 è pronta la partenza da Quarto (Genova), verso il “menar le mani contro gli oppressori dell’Italia”, anche se l’ambiente monarchico in cui Garibaldi, ed ora sappiamo anche Müller, devono muoversi è poco stimolante. “Del Governo vidi il solo Cavour a Torino” scrive Garibaldi, che sa di “servire come richiamo ai volontari italiani” e si addolora di essere utilizzato a stantuffo. “Garibaldi dovea far capolino, comparire e non comparire: sapessero i volontari ch’egli si trovava a Torino per riunirli, ma nello stesso tempo chiedendo a Garibaldi di nascondersi per non dare ombra alla diplomazia”. Il fine ultimo è però troppo importante, ed allora tra tutte le frasi di paura prima della partenza, le parole di Francesco Crispi che dice: “Non ho che un timore: l’incertezza del mare”, ricordano che il momento è arrivato.

Il fatto che a gennaio del 1861, quando il re Guglielmo 1 di Prussia viene nominato re, Cavour mandi “il generale Lamarmora a salutarlo” per “prospettargli la situazione dell’Italia, così simile a quella della Prussia..contro l’Austria”, ci aiuta a comprendere meglio l’effetto del lavoro di Müller, ed anche a immaginare la sua soddisfazione nel momento in cui chi lo ha mandato, ha potuto sentire questa nuova disponibilità italiana al dialogo.

Nell’avanzata via mare verso Marsala, accade qualcosa che fa entrare sulla scena anche l’altro stato, per ora solo accennato, ma comuqnue interessato quanto la Prussia alle sorti dell’Italia. Quando la “sera del 10” maggio, Garibaldi vede i “legni borbonici” muoversi “placidamente verso scirocco e levante”, la via per lo sbarco è libera come certamente era stato avvisato prima della partenza; le uniche navi che sono di fronte all’attracco sono inglesi. Ed allora “I Mille battono il piede sulla spiaggia..dove i Picciotti insofferenti del giogo d’un tiranno, si son sollevati ed han giurato di morire piuttosto che rimaner schiavi”, scrive ancora Garibaldi.

La grande impresa militare di Garibaldi ha due fortissimi oppositori: la Francia difende lo stato Pontificio al centro, e vanta un diritto di aiuto al regno Borbonico al sud, come già è stato per la Spagna nel 1822 (congresso di Verona e divieto posto dal re di Francia ad un matrimonio tra la regina Isabella 2 di Spagna con un principe prussiano). L’Austria invece domina il nord (Veneto, Lombardia, Modena) ed il centro/ovest (Toscana), ed in più è già venuta in aiuto di Napoli nel 1820 quando la rivolta di Pepe ha fatto chiamare aiuto da parte del re deposto. In aiuto a Garibaldi, anche se non in modo manifesto per non far scoppiare un’altra grande guerra, c’è l’Inghilterra che molto nascostamente si comporta come le navi fuori Marsala, così come la Prussia che per riprendere tutta la Germania ha bisogno di distogliere il peso politico e militare francese da Lussemburgo/Belgio, ed il controllo austriaco da Sassonia e Baviera.

Anche se Müller è in Italia per assicurare armi alla liberazione, eppure Garibaldi nelle sue memorie è costretto a lamentarsi di aver combattuto “senza munizioni da guerra e coi mille catenacci che la benevolenza governativa aveva concesso”. Purtroppo i “catenacci” sono rimasti “in sostituzione di 15 mila buone carabine, che Garibaldi scrive erano di proprietà nostra”. E infatti Francesco Müller deve aver fornito le armi, solo che inaspettatamente, scrive l’erede diretto Arminio Müller in uno scritto postumo, “una parte andò perduta per sequestro”. E questo anche se “tra le varie forniture d’armi” dello stesso al Piemonte, “è particolarmente notevole per valore morale e per rischio, quella che egli fece a Garibaldi per la spedizione dei Mille”, scrive ancora Arminio Müller. E questo anche se i rapporti fra Garibaldi e Müller rimangono fortissimi anche dopo la spedizione, tanto che nel 1874 Francesco Müller è ancora tra i sostenitori economici del libro “I Mille” di Giuseppe Garibaldi.

A dare la reale portata della difficoltà del progetto che porta Francesco Müller a Torino, ed a farci riflettere sull’importanza internazionale che l’Italia unita ha avuto, c’è infine la prova della lettera autografa datata “16 Settembre 1877”, in cui Giuseppe Garibaldi chiede fraternamente a Francesco Müller, suo “Grandma” massone, di occuparsi della “cremazione” del suo “cadavere”. Questo documento storico di enorme valore, apre una nuova finestra non solo sulla storia dell’Italia Repubblica, ma anche sulla portata delle spinte internazionali che l’hanno favorita e sulle probabili divergenze sempre internazionali della stessa Massoneria avanti a questo argomento: i massoni di Francia ed Austria sapevano che un massone tedesco era in Italia con il probabile tacito accordo dei massoni inglesi? E quali ripercussioni ha avuto il risultato dell’Italia unita da Prussia ed Inghilterra sulla massoneria internazionale?

La raccolta delle foto e dei documenti lasciati da Müller è un fuoco pirotecnico di strade, che tutte raccontano minuscoli dettagli della vita di uno di quegli “uomini..che abbisognano per portare il loro paese sull alta via dell’educazione civile e del progresso”, scrive la Gazzetta dei Cappellai di Milano nel lunghissimo necrologio che saluta il passaggio alla morte di Francesco il primo di gennaio 1904.

Il “membro attivo”, oltre che “uno dei fondatori” di istituzioni a Torino come lo “Ospedale Infantile Regina Margherita, Asili Notturni Umberto I, Istituto Pane Quotidiano, Società per vestire i poveri scolaretti, Società cucine economiche, Società contro il coltello e di educazione popolare, Società di Cremazione in Italia, Società di soccorso della colonia tedesca in Torino”, ci ha lasciati. Il “membro effettivo dell’Ospedale Maria Vittoria per Donne e Bambini, della Lega Italica di Insegnamento, Casa dei derelitti Martini, Dante Alighieri, Società della Pace e delle Officine scuole serali”, anche “socio onorario dell’Associazione generale degli operai di Torino, Lega operai Metallurgici, Società fratellanza operai d’ambo i sessi, Scuola popolare società Archimede..”, che ha diplomi d’onore e di riconoscenza da parte di “Società di soccorso ai colerosi durante le epidemie a Caprera, Napoli, ..Palermo,..Genova”, se ne è andato.  I giornali Gazzetta del Popolo, Gazzetta Piemontese e Gazzetta di Torino dell’epoca, che addirittura utilizzano la sua immagine per presentare “la vera espressione della internazionalità” di una “Mostra di macchine ed attrezzi per servizio d’estinzione incendi” alla cui cerimonia d’apertura “Francesco Müller” apre “una nobile gara..in cinque diverse favelle (inglese,tedesco,francese,piemontese ed italiano)” con il Sindaco di Torino “commendator Voli..” alla presenza di personalità come “Bignami ing.Orlando, Conte Corsi di Bosnasco” ed industriali come “Pietro Berzia..il comm.Bollati..i consiglieri (comnuali)..il Martiny, il Pirelli di Milano..Scserbonszki di Budapest..Bossi di Venezia” al “Ristorante Sogno..del cav. Sogno”, ha nascosto la sua nel segreto per tanti anni.

Nella medaglia che la Massoneria Universale della Comunione Italiana dona a Müller per celebrare “Quaranta anni di strenua ed indefessa operosità” dal 1863 al 1903, non può essere raccontato tutto ciò che è accaduto: solo il tempo potrà riportare sempre nuovi dettagli del lavoro svolto fra un viaggio e l’altro in Italia ed all’estero, così come la moltitudine di persone civili e militari, uomini e donne che hanno voluto lasciare foto anche con dedica per celebrare nel tempo la vicinanza con Müller ed i suoi ideali, forse un giorno potranno essere i rami di un Albero che racconterà con chiarezza quali strade sono servite e con quale prezzo per creare i Frutti della Libertà Repubblicana in Italia.

Questo è quanto la famiglia del Müller e la ricerca storica hanno permesso finora di venire a conoscere, affinché non succeda più quanto anche Garibaldi scrive: “cotesti piccinissimi ermafroditi seguaci d’ogni potere che loro garantisca il ventre..Qualunque sia il governo al porco piace, Anche a furia che sia di bastonate. Mangiar, bere e dormir lasciato in pace”.
 

 

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27/07/2004  13:00
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